Immigrazione clandestina e false assunzioni: 30 misure cautelari
Ben 30 misure cautelari dislocate in molteplici province italiane tra cui Taranto, Lecce, Foggia, Matera, Campobasso, Milano, Verona, Ragusa e Latina e tra i soggetti trasferiti in carcere figura anche un 65enne di Palagiano.
Una complessa e ramificata operazione investigativa condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, denominata indagine "Babele", ha scoperchiato un ingegnoso e fraudolento sodalizio dedito al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina attraverso la sistematica elusione delle direttive sancite dal cosiddetto "decreto flussi".
L'articolato meccanismo criminale si fondava su una perversa e ben collaudata sinergia: procacciatori operanti oltre confine individuavano persone disposte a sborsare ingenti somme, fino a 6.500 euro, pur di approdare in Italia, mentre sul versante interno imprenditori compiacenti simulavano una mendace disponibilità all'assunzione di manodopera stagionale, supportati da figure professionali che formalizzavano l'illecito inserendo le relative istanze sul portale telematico "Ali" del Ministero dell'Interno.
L'inchiesta, sapientemente coordinata dal pubblico ministero Milto De Nozza e condotta sul campo dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Taranto, è culminata, come detto, nell'esecuzione di 30 misure cautelari: al vertice della presunta associazione a delinquere, secondo gli inquirenti, figuravano due cittadini tarantini che avrebbero architettato l'ingresso illegale di centinaia di cittadini extracomunitari a mero scopo di lucro.
Oltre a loro, in carcere anche un nutrito gruppo di imprenditori, accusati di aver preso parte al sodalizio criminale, inoltrando richieste di nulla osta in totale assenza di qualsivoglia reale esigenza occupazionale e dietro la percezione di indebite prebende. Tra i soggetti tratti in arresto, per ciò che riguarda l'arco ionico occidentale, ci sarebbe come detto anche un palagianese.
A completare il desolante quadro degli indagati finiti in cella figurano infine 8 intermediari di origini pakistane, bengalesi e indiane, ai quali viene contestato l'aver meticolosamente reclutato propri connazionali bramosi di varcare illegalmente i confini nazionali, fungendo così da essenziale trait d'union tra i migranti stessi e i vertici dirigenziali dell'organizzazione criminale.
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