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L'ultimo saluto al "direttore Caggiano", il commosso ricordo di don Michele Quaranta

Giuseppe Caggiano Giuseppe Caggiano

«E ora che siamo giunti a congedarti da te, voglio salutarti con le parole di una celebre poesia di Walt Whitman: “O capitano! Mio capitano!”, che rievocano lo struggente momento dell’“Attimo fuggente” (diretto da Peter Weir e interpretato da Robin Williams)».

Con queste parole don Michele Quaranta ha salutato il "direttore Giuseppe Caggiano", ottantasettenne di origini campane e storico dirigente scolastico della scuola Pascoli di Massafra che è venuto a mancare ieri, mercoledì 19 aprile.

Nella chiesa di San Leopoldo, in occasione dell'ultimo saluto, don Michele ha parlato dinnanzi a tantissimi fedeli, tra familiari, amici e conoscenti di uno dei professori e poi dirigente scolastico più amato di Massafra che ha lasciato un bellissimo ricordo in tutti quelli che l'hanno incontrato.di Massafra che ha lasciato un bellissimo ricordo in tutti quelli che l'hanno incontrato.

L'OMELIA DI DON MICHELE QUARANTA

Il primo ricordo che custodisco di lui è il sorriso avvolgente, ampio e accogliente come il suo cuore, luminoso come il chiarore dei suoi occhi, con il quale, nell’autunno del 1977, mi accoglieva all’ingresso della sua amata scuola intitolata a Giovanni Pascoli, il grande poeta con il fanciullino nel suo cuore di adulto, al suono della prima campanella del mio primo giorno di scuola. Quello sguardo amorevole mi rassicurò nel lasciare per la prima volta la mano di mia madre, per metterla fiducioso nella sua, grande e robusta (perché oltre alla penna del maestro egli impugnava la zappa del contadino), e con la giocosa allegria della sua inconfondibile timbrica vocale, piena e festosa, mi chiese come mi chiamassi e poi mi disse: sai, mio caro, anche mio figlio si chiama Michele, e poiché tu starai in classe con lui che è più alto e largo di te, ti chiamerò Michelino per distinguerti da lui, e non avere paura perché questa scuola è casa tua, ed io e il tuo maestro, assieme ai tuoi compagni di classe ti vorremo bene e ci prenderemo cura di te, perché la scuola è una famiglia. Coraggio, non dovrai avere mai temere, ma devi gioire sempre perché trascorreremo 5 meravigliosi anni insieme e, se come oggi ci terremo per mano, arriveremo molto molto lontano.

È così realmente è stato, perché nel profondo del mio animo custodisco integro il ricordo prezioso degli anni della scuola elementare, ai quali penso come ai più belli e cari della mia esistenza.

Non passava giorno in cui il Direttore non visitasse tutte le classi, per rivolgere ad alunni e insegnanti il suo caloroso saluto, per informarsi di come stessimo e andassero le cose, per ascoltare i nostri sogni e bisogni e, soprattutto, per farci ridere, sorridere e riflettere al contempo, raccontarci ogni volta un aneddoto o una storia presa dall’esperienza di vita o da una pagina di sussidiario (come allora si chiamavano quei libri), piuttosto che dai Vangeli o dai testi di Gandi e Martin Luter King, per aiutarci a condividere i nostri pensieri e sentimenti, e per farci maturare nella conoscenza personale e reciproca, per edificarci come comunità dai valori e principi saldi e condivisi.  

In quella classe, seduto accanto a me, c’era anche suo figlio primogenito Michele, che lo guardava in modo fiero, consapevole di quanto suo padre fosse amato da tutti i suoi amici… Infatti, salutandolo quando usciva dalla classe, noi tutti gli facevamo un clamoroso applauso, chiedendogli di ritornare presto, perché gli volevamo un gran bene e sentivamo che anche lui ce ne voleva davvero tanto.

A questi altissimi livelli di professionalità ed umanità, il Direttore didattico Giuseppe Caggiano si era formato negli anni della sua infanzia ed adolescenza, trascorsi in Irpinia, a Lacedonia, in una umile famiglia di quattro figli e due genitori amorevoli, Michele e Vittoria, che con il duro sacrificio dei campi, una profonda e incrollabile fede cristiana assiduamente praticata e coerentemente vissuta in modo indefesso, con la semplicità e la robustezza di una salda educazione fondata sui più alti valori umani e sociali, ne hanno plasmato l’indole, il carattere e soprattutto la forma mentis.

Dopo le elementari scelse di continuare i suoi studi medi e superiori in un convento di frati cappuccini (cosa che lo legherà profondamente e indissolubilmente a Padre Pio da Pietrelcina, località questa non molto distante da casa sua, e che in quegli anni ebbe modo di conoscere di persona).

Quando poi, accanto alla sua casa massafrese venne eretta e dedicata una chiesa dedicata ad un altro frate Cappuccino, San Leopoldo Mandic, l’uomo di fede lo lesse come un segno che accompagnava tutta la sua vita, come un ininterrotto filo provvidenziale.

Subito dopo gli studi magistrali, il giovane Peppino Caggiano si iscrisse alla facoltà di Magistero della prestigiosa università di Salerno. Mentre ancora studiava per laurearsi, ricevette un incarico come maestro elementare in Sardegna, dove stette a stretto contatto con il mondo e la cultura semplice e genuina dei pastori del luogo, con i quali ha condiviso quel che era ed aveva, allargando il loro sguardo e aumentando in essi l’autostima per la dignità che gli derivava dalla loro professione.

Quando, dopo otto mesi, ha lasciato la Sardegna, l’intero villaggio che lo aveva ospitato fece di tutto per trattenerlo ancora, per il bene che avevano ricevuto da lui.

Dopo la laurea, diviene docente di Lettere a Melfi, dove conosce l’amore e la ragione della sua vita: Nella Panico (o Nellina, come la chiamava amorevolmente), a cui è restato legato nell’anima sino all’ultimo giorno della sua vita, accompagnandola ai piedi di questo stesso altare dove ora i suoi figli hanno adagiato il suo corpo.

Sono stati cinquant’anni di condivisione di sogni e di speranze, di immani sacrifici, di gioie ma anche di grandi dolori che insieme hanno imparato ad affrontare, facendosi reciprocamente forza.

Aveva appena 5 anni di docenza e 26 di età, quando divenne il Dirigente scolastico più giovane in Italia, come riportò una notizia di quei giorni apparsa sul Corriere della Sera.

Da allora la famiglia di Peppino Caggiano, si è allargata a dismisura e ogni insegnante era un fratello e una sorella, e ogni alunno un figlio, una figlia da amare.

Dopo i primi anni di dirigenza a Cutro, in Calabria, chiede di essere trasferito a Massafra, dove mette al mondo i suoi adorati figli, Michele e Fabio.

Negli anni della sua dirigenza scolastica alla Pascoli ottiene alla scuola il raggiungimento dei livelli e degli standard di qualità più alti auspicati dal sistema scolastico italiano: quell’istituto era una vera accademia e una fucina di sperimentazione didattica all’avanguardia, guidata da una squadra di maestri e maestre dalla vocazione all’insegnamento alto quanto la competenza che li contraddistingueva.

Eppure, quando avrebbe potuto raccogliere i frutti di tanto lavoro, ritenne che era giunto il tempo di ricominciare altrove, e sebbene avesse potuto ambire ed ottenere l’istituto scolastico più prestigioso della Provincia tarantina, per gli anni di carriera ed il punteggio posseduto, Peppino Caggiano scelse una scuola di frontiera, non richiesta da nessuno, dove tutto andava edificato… Ed ecco la sede scolastica di Statte… Perché, per il direttore Caggiano non si doveva né si poteva crogiolarsi nell’oro conquistato, ma rimboccarsi le maniche e ricominciare a “zappare la terra arida, irrigandola e concimandola, perché divenisse un rigoglioso giardino ricco di frutti belli e prelibati”. Questa metafora di vita l’aveva appresa nei campi di suo padre, nel tempo dell’infanzia.

E ora che siamo giunti a congedarti da te, voglio salutarti con le parole di una celebre poesia di Walt Whitman: “O capitano! Mio capitano!”, che rievocano lo struggente momento dell’“Attimo fuggente” (diretto da Peter Weir e interpretato da Robin Williams), in cui gli studenti di una scuola britannica, congedandosi commossi dal loro mentore, salgono sui banchi di classe e, portandosi la mano destra alla fronte, dicono a voce alta, l’uno dopo l’altro: “O capitano! Mio capitano!” vogliamo salutarti coralmente, caro Direttore, dai banchi di questa chiesa.

Te lo diciamo con orgoglio, gratitudine e profonda commozione, abbracciandoti forte per l'ultima volta, noi tuoi alunni che hai conosciuto ed amato come veri figli, divenendo per ognuno e per intere generazioni un impareggiabile ed autentico riferimento di Vita, prima ancora che di Scuola.

Le nostre labbra continueranno a chiamarti ancora e con riverenza "maestro" che, dopo quello di "padre", è il più nobile, il più dolce nome che un uomo possa dare ad un altro uomo... Come, con evidente coinvolgimento e trasporto emotivo, ripetevi con Edmondo De Amicis, leggendoci le pagine del suo “Cuore”.

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