C'era una volta Mottola • Il ciclo del tabacco

Andrea Carbotti C'era una volta Mottola
visibility906 - ViviWebTv - sabato 03 agosto 2019
La famiglia Bello a lavoro
La famiglia Bello a lavoro © Archivio famiglia Bello

Un segmento significativo dell'identità produttiva locale, una realtà sociale che ha abbracciato Mottola per alcuni decenni del secolo scorso: la coltivazione e lavorazione del tabacco, vera e propria epopea del lavoro per la Mottola del Novecento.

Nella storia della lavorazione del tabacco si intrecciano vicende legate all'agricoltura e all'industria manifatturiera, alle campagne, alla città e al variegato mondo del lavoro, caratterizzato da una preponderanza femminile. Nel ciclo del tabacco s'intreccia anche la storia di Antonietta Bello, nata da una famiglia di tabacchini di Alessano ma cresciuta a Mottola proprio per seguire "la via del tabacco".

Antonietta non è certo una “casa e bottega”, anzi, è un libro aperto su queste storie di altri tempi, dal sapore antico e ormai perduto. La sua, insomma, è una vita cresciuta di pari passo con le piantagioni di "Santiago" di contrada Scorvo, sapientemente coltivate da suo padre sin dagli anni precedenti al secondo conflitto mondiale.

Nel lontano 1933, infatti, il futuro ammiraglio mottolese Luigi Sansonetti chiede ed ottiene una concessione per la coltivazione di tabacco in terreni di sua proprietà. I lavoratori del posto, inesperti su colture del genere, vengono istruiti da alcune famiglie specializzate provenienti in larga parte da Alessano, nel Salento. Quattro anni più tardi, visti i risultati ampiamente soddisfacenti raggiunti dall'impresa, è necessario un ampliamento della concessione da 20 a 50 ettari, molti dei quali ceduti in subappalto proprio ai lavoratori salentini.

È l'Italia della "frugalitas" quella nella quale Antonietta, suo padre e i cinque fratelli seguono la delicata produzione del tabacco nei pressi di Masseria Semeraro, vivono in baracche di fortuna usate anche per essiccare le foglie e camminano a piedi nudi su ogni superficie, a suo dire "per pura comodità". «Una vita di sacrifici - racconta - ma che ha dato anche i suoi frutti».

Di pari passo alle coltivazioni, in un'abitazione del centro storico viene allestito un "magazzino di prima lavorazione", nel quale sono impegnate stagionalmente centinaia di "tabacchine", una voce significativa della classe operaia. Le tabacchine, costrette a turni massacranti, prendono in consegna delle "filze" di tabacco, ossia corone di foglie secche sulle quali viene effettuata un'opera di cernita in base ai colori. Al termine della prima lavorazione inizia la fase di imballaggio, che si conclude con la consegna del prodotto finito alle sigaraie di Lecce.

«Ci chiamavano "i pûppete" - ricorda Antonietta -, per il nostro dialetto». E difatti i mottolesi li ribattezzano con questo soprannome, che qualcuno associa al latino "post oppidum", letteralmente "al di là delle mura". «C'era anche qualche leggenda nei nostri confronti - racconta -, qualche segreto "piccante", ma nulla di vero». E a dare man forte a questo ci pensa "Li uagnèdde d'u tabacche", una canzoncina che i mottolesi inventano per le tabacchine/libertine, accusate di intrattenere relazioni con alcuni uomini del loro ambiente di lavoro, nel quale spiccano i finanzieri.

«Qual era la loro funzione?» «La Guardia di Finanza - chiarisce - era incaricata di controllare che le coltivazioni rispettassero ogni norma, ma soprattutto di verificare che nessuno rubasse tabacchi da rivendere al mercato nero».

A tal proposito, Antonietta ricorda di un curioso episodio con protagonisti suo padre e la giovane Venanzia, figlia dei proprietari di Masseria Semeraro, dove si svolgevano le operazioni di coltivazione del tabacco. La madre della giovane, infatti, casualmente affacciata alla finestra durante un controllo delle "fiamme gialle", chiese a distanza ad Antonio Bello (padre di Antonietta, ndr): «Porta un po' d'uva a Venanzia!». E quello, che aveva frainteso: «Pure l'uva? Noi vogliamo che se ne vada la Finanza!»

Intanto mutano i tempi e all'alba degli anni Sessanta il direttore di questa e di altre imprese agricole, l'architetto Gianni Sansonetti, figlio dell'ammiraglio Luigi, decide di porre fine a questa storia per dedicarsi alla sua libera professione. Avviene in questi anni una contrazione dei "magazzini di prima manipolazione" e una diffusa crisi delle piccole imprese di tabacchi in tutt'Italia. Nel 1964, dopo circa dieci anni di inattività, la concessione viene definitivamente ceduta.

La produzione di tabacco, la cui richiesta continuava a crescere per le continue domande del mercato interno e di quello estero, fu dislocata altrove. I Sansonetti, intanto, erano partiti per la Costa Rica, dove avevano avviato un progetto per il disboscamento e lo sfruttamento di circa diecimila ettari di foresta tropicale, al fine di incrementare la produzione nazionale di caffè. Lì avevano fondato nell’altopiano tropicale, a pochi chilometri dal confine con Panama, la cittadina di San Vito de Java, ma questa - come direbbe Lucarelli nel suo "BluNotte" - «è un’altra storia».

Nelle nuvole di fumo e nelle "vie del tabacco", che allora scandivano la vita quotidiana delle piazze assolate del sud, assetate di lavoro, si celavano le speranze di lenire la disoccupazione e sconfiggere la miseria. Una storia sulla quale è calato il sipario molti anni fa e che tuttavia, nei racconti e nei ricordi di Antonietta e di tanti nonni di Puglia, non si è ancora conclusa.

Andrea Carbotti


Bibliografia: Domenico Rotolo, "Anni sessanta: un ponte tra passato e presente", Mottola 2008.

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