C'era una volta Mottola • Gli alleati polacchi: sulla strada del ritorno in patria

Andrea Carbotti C'era una volta Mottola
visibility2998 - ViviWebTv - sabato 31 agosto 2019
Dei militari polacchi accampati a San Basilio
Dei militari polacchi accampati a San Basilio ©

Sono passati esattamente 76 anni da quando gli alleati misero piede in Puglia per la "Campagna d'Italia", che avrebbe portato alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Dopo lo sbarco in Sicilia, infatti, le truppe si diressero dapprima nel golfo di Salerno per l’operazione “Valanga”, e qualche mese più tardi anche a Taranto, dove dopo l'esercito inglese approdò anche un'unità tattica e operativa del secondo corpus polacco, dipendente dal governo in esilio.

Anche Mottola, come il resto della regione, è stata testimone di numerose storie di solidarietà e di amore, di donne coraggiose e di uomini che hanno lasciato testimonianza di umanità, distanti dagli orrori della guerra. Nei nostri libri di storia, però, l’importanza dei polacchi nella liberazione dell’Italia dal nazifascismo è legata quasi soltanto alla battaglia di Montecassino, sulla linea Gustav, ma in realtà al termine della guerra quello del generale Władysław Anders era il contingente alleato più numeroso in Italia.

L'esercito polacco contribuì alla liberazione di tutto il versante adriatico, occupando città come Ancona, Imola e Firenze prima di fermarsi a Bologna. Erano circa quarantamila uomini e donne, molti dei quali si accamparono proprio a San Basilio, in agro di Mottola, che per circa due anni fu sede della divisione di riserva del reparto alleato. In Puglia c’erano le retrovie del contingente, qui a Mottola il comando della base pugliese del II Agpa, l’artiglieria del copus polacco.

Non i paracadutisti inglesi, dunque, che pure avevano liberato la città il 9 settembre nell'ambito dell'operazione "Slapstick", ma i polacchi, convinti che entrati a Taranto avrebbero trovato la resistenza di italiani e tedeschi. Ma i tedeschi, come racconta Nicola Greco, all'epoca giovane apprendista meccanico, erano già fuggiti dalla città: «Prima che scappassero - dice -, fui incaricato di cambiare l'olio al motore di un panzer.

Per dispetto - continua -, aggiunsi della polvere di smeriglio, per far grippare il mezzo alla prima occasione. Così fu, e dovetti darmi alla macchia fino a quando non fossero andati via tutti: mi avevano cercato ovunque. Intanto, il carro armato fu smontato pezzo per pezzo dai mottolesi, per ricavarne qualcosa».

Una Mottola, quella dei polacchi, nella quale si intrecciano come tessere di un mosaico tante piccole storie che fanno sorridere e riflettere, sebbene ambientate in un contesto tragico come era quello del secondo conflitto mondiale: «Mio nonno - ricorda l'insegnante Carmela Mastromarino -, raccontava di aver assaggiato per la prima volta della mortadella proprio dai militari polacchi, che la tagliavano al coltello e l'accompagnavano alle gallette di riso.

I soldati di stanza a San Basilio - prosegue - regalavano ai bambini, tra cui mio padre, delle caramelle, cioccolatini, carne in scatola e formaggio», suscitando una indefinibile e trepida voglia di vivere, dopo anni di miseria e di paura.

E nel frattempo non c’è grado, divisa o regolamento militare che sappia mettere in riga Cupido, che quando è il momento giusto scocca la sua freccia. Perché gli eserciti combattono e le armi distruggono, ma la vita, indomabile, vince sempre su tutto. Anche sulla guerra. Così, in maniera ben distinta dagli incontri sessuali, delle ragazze mottolesi finirono per innamorarsi sul serio di fanti appena sbarcati e di soldati temprati dai combattimenti.

Le donne italiane, infatti, non furono insensibili al fascino dei gagliardi guerrieri venuti dai Carpazi: correvano sulle loro jeep rombanti, erano ben nutriti e sorridenti, si presentavano con belle divise pulite, di buona stoffa. Il paragone con i loro coetanei italiani era pressoché impari: nasceranno allora numerosi figli, che spesso rimarranno illegittimi e non conosceranno mai il rispettivo padre biologico.

Ma c'è anche qualche strappo alla regola, come ricorda ancora Nicola Greco: «La sorella di un mio amico - rammenta - era fidanzata ufficialmente con un militare polacco, che di nome faceva "Stefano". Quando si ammalò di leucemia, "Stefano" corse a Roma a recuperare della penicillina, appena scoperta da Alexander Fleming. Ma quando fece ritorno, Maria - questo il nome della ragazza - era purtroppo già morta».

Lungo le pagine sfilano le storie di tante donne spesso molto giovani, provenienti da ambienti sociali diversissimi: è il caso di Melina, all'anagrafe Carmen Sylvia, figlia del poeta Michele Lentini, che si legherà a un militare polacco e che finirà i suoi giorni nell'est; oppure di "Rosarietta" Carucci, sorella del futuro sindaco "Don Mimì", che con un soldato, scelto tra macerie e distruzioni, timori e speranze, sceglierà di stabilirsi a Mottola.

Ma fra spose di guerra e racconti di ricostruzione la maggior parte dei reduci, ovviamente, riuscì a tornare a casa, sebbene invisa al regime nascente. Tuttavia, nella chiesa Madre di Mottola, ancora oggi la Madonna dei polacchi reca la scritta “Sulla strada del ritorno in patria”, come da promemoria per un viaggio che il tempo rischia di coprire di polvere, malgrado continui ancora attraverso i decenni e la memoria di pochi.

Andrea Carbotti

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