CastStory: Monsignor Donato Colafemmina, un grande piccolo prete

di Aurelio Miccoli

Aurelio Miccoli CastStory
ViviWebTv - sabato 02 febbraio 2019
Monsignor Donato Colafemmina negli ultimi anni della sua vita
Monsignor Donato Colafemmina negli ultimi anni della sua vita © Aurelio Miccoli

E’ scomparso 16 anni fa (5 febbraio) ma è sempre nei nostri cuori e nella nostra memoria.

Monsignor Donato Colafemmina, nato ad Acquaviva nel 1916, morto ad Adelfia il 5 febbraio 2003, costante operosità a Castellaneta.

Dopo aver frequentato il seminario di Bisceglie completò gli studi superiori in quello di Molfetta (Liceo e Teologia). Fu ordinato presbitero nel 1941 e subito chiamato ad insegnare lettere nel Seminario di Bisceglie.

Nel 1947, per vicende familiari, si ritrovò a Castellaneta. Qui nuova vita del giovane sacerdote in collaborazione con la nuova realtà diocesana, unendo attività pastorale ad esercizio educativo. Fortemente impegnato nell’Azione Cattolica, fu nominato rettore della chiesa dell’Aiuto, poi canonico e arciprete del capitolo Cattedrale di Castellaneta e infine cappellano d’onore di Sua Santità.

Di lui rimane il ricordo personale di quanti lo hanno conosciuto (ma hanno tutti, come me, i capelli bianchi) e soprattutto una vasta produzione letteraria che va dalla speculazione teologica alla ricerca linguistica, passando per la ricerca storica.

I più conoscono i suoi lavori di carattere storico, sulla storia e sull’evoluzione urbanistica della nostra comunità, con attente e documentate ricostruzioni, esiti e motivazioni.

Tuttavia è stato particolarmente attento alla letteratura popolare compresa quella in vernacolo (1976-1980), raccogliendo in vari volumi “frammenti di pietà religiosa, formule di riti divinatori, graziose leggende sacre, commoventi cantilene, interessanti briciole di storia paesana”.

Ma l’aspetto più culturalmente dotto della sua ricerca è nell’analisi degli aspetti e della funzione del dialetto, dando il suo contributo alla sociolinguistica, una disciplina allora giovane, in particolare paventando il pericolo derivante dalla desuetudine al dialetto e il tramonto della “cultura del popolo”. Fino al suo ultimo lavoro (2001) consistente in un repertorio di giochi antichi fanciulleschi. Un vero trattato di ludologia intesa come scienza che studia, attraverso le forme ludiche popolari, i fenomeni della civiltà e della cultura.

Per molti anni educatore nel locale seminario, profondo conoscitore del latino e del greco, infarciva il suo eloquio corrente con citazioni latine, come abitudine e mai come vezzo per mettere in mostra la propria cultura. E poi ci ha lasciato numerose sue composizioni musicali perché conosceva bene la musica. Non di rado, dopo le incombenze liturgiche quotidiane, lo vedevi arrampicarsi sul coro della sua chiesetta dove, seduto di fronte alla tastiera dell’organo antico, si esercitava con trasporto.

Abitava a Caporlando e frequentava sostanzialmente la zona di Porta Piccola i cui abitanti erano con affetto abituati alla presenza di quella sagoma minuta, con l’abito nero del prete.

Traggo da una sua pubblicazione uno dei tanti “ricordi spiccioli” (così li chiamò lui) che è allo stesso tempo memoria storica, testimonianza di pratiche antiche e cultura popolare:

Sott’a’ Porta Picce / Non ge appicce, non ge appicce;/ci arrive a ppeccechè / tanda rise n’am’a ffè.

Un modo di dire – spiega don Donato – che risale al tempo in cui l’illuminazione notturna era a lampade ad olio e si riferisce ad un certo “Colademinechè” il quale, per incarico del Comune, aveva il compito di accendere le lampade verso l’imbrunire e di smorzarle al mattino. Chissà perché le lampade a Porta Piccola non riusciva ad accenderle. L’insolito fatto non sfuggì alla gente del rione, la quale, con scherzoso umorismo prontamente prese a canzonarlo.

Un prete, dunque, piccolo di statura ma dai grandi orizzonti culturali.